The Danish Girl – Il coraggio di amarsi (e amare)

The Danish Girl – il film di Tom Hooper presentato allo scorso Festival del Cinema di Venezia con il premio Oscar Eddy Redmanye e la rivelazione Alicia Vikander – è nato, cresciuto e approdato nei cinema accompagnato da quell’aura di scandalo odi et amo che ha sicuramente contribuito a fomentare un tam tam mediatico non poco incisivo al momento della promozione.

The-Danish-girl-A stento abbiamo superato il tabù dell’omosessualità ad Hollywood, figuriamoci il ben più enigmatico mondo della transessualità. E nonostante di opere a tema LGBT ne vengano prodotte ogni anno (ricordiamo fra i più incisivi La Vie d’Adele, Dallas Buyers Club e il recentissimo Carol) ancora il mettere le mani su questo delicato universo genera una sorta di inquietudine nel grande pubblico. Un’ inquietudine polivalente, che da un lato continua a confinare questi argomenti in un cantuccio quasi a non riconoscere loro valenza e contemporaneamente magnetizza verso gli schermi, alimentando ancora una volta il voyeurismo di osservare con la lente di ingrandimento un’esistenza – nella maggior parte delle volte – diametralmente opposta alla nostra.

Ambientato nella Danimarca degli anni ’20, il film racconta la storia di due giovani sposini, Gerda ed Einar. Entrambi pittori, trascorrono le loro giornate completamente immersi nella loro attività artistica e divertiti da sfarzosi eventi mondani in compagnia dei loro amici. La linearità delle loro vite viene scossa quando Einar, nel tentativo di aiutare la moglie con con un dipinto, indossa abiti femminili. E’ in quel preciso momento che qualcosa in lui cambia, una piccola crepa comincia a insinuarsi nella consapevolezza della sua identità, riportando alla luce un riflesso da troppo tempo offuscato.

Eccitato da un gioco in prima battuta supportato anche da Gerda, Einar si rende conto di essere imprigionato in una fisicità non sua, in un forziere sigillato da un grande peso sul cuore impossibile da sostenere. Comincia così un tortuoso percorso per ricongiungersi con la sua vera essenza – tale Lili – da sempre desiderosa di affacciarsi con impeto alla vita.
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In cantiere da circa un decennio, in molti prima di Hooper avevano cercato di portare sul grande schermo la vera storia di Lili Elbe, artista  danese che ebbe il coraggio di sottoporsi per la prima volta all’operazione di cambio di sesso, sfidando una società ancora troppo retrograda per la sua intrepida avventura. Ci è riuscito infine un regista che fa del film un’opera soave e toccante, meravigliosa nel suo esaltare il miracolo di un nuovo inizio. Incorniciato dai cortesi e aggraziati paesaggi nordeuropei, è tuttavia il legame fra Gerda e Einer/Lily a costituire le fondamenta del film, che ci insegna l’importanza e la sfida quotidiana dell’ accettarsi, di amarsi; ma soprattutto di amare. La strepitosa sorpresa Alicia Vikander – affiancata dalla garanzia Eddy Redmanye – ce lo ricorda in ogni singolo fotogramma, con la drammatica consapevolezza di aver perso per sempre il marito ma impossibilitata a smettere di stargli accanto. E’ Gerda, con il suo affetto e la sua costante presenza a dare vita a Lili, a permetterle di uscire allo scoperto. Il suo bene supera i tradimenti, i rischi, le preoccupazioni, e sprigiona la luce che guida Einar nel suo ricongiungimento verso Lili.

Tratto dal romanzo omonimo dell’autore David Ebershoff pubblicato nel 2000, The Danish Girl è tutto ciò che ci saremmo aspettati da questo film e forse anche di più. E’ l’evoluzione non di una ma di due anime, che unite svelano le risorse più preziose dell’esistenza umana: la felicità e l’amore.